tradimenti
Diario di una notte d'estate
16.10.2026 |
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"Le mie mani gli accarezzavano i testicoli, mentre la mia bocca lavorava su di lui..."
Era giugno, e l'aria di Paestum sapeva di sale, di magnolie e di promesse.
La convention dei medici dietisti si era rivelata più noiosa del previsto, con le sue relazioni su lipidi e metabolismo basale, ma quella mattina, tra un intervento e l'altro, avevo notato lui.
Un collega, più giovane, con occhi neri come l'ossidiana e capelli corvini che gli ricadevano sul collo in onde ribelli.
Il suo fisico asciutto, sotto la camicia bianca, prometteva una tartaruga perfetta.
Gli avevo sorriso distrattamente, e lui aveva ricambiato con un cenno del capo che mi aveva fatto battere il cuore più del dovuto.
Il pomeriggio, mentre gli altri si accalcavano verso le visite guidate ai templi o affollavano la piscina dell'hotel a cinque stelle, io, maniaca dell'abbronzatura da sempre, avevo seguito il consiglio della reception: una spiaggetta isolata, raggiungibile solo attraverso un sentiero stretto scavato tra i pini marittimi e i cespugli di mirto selvatico.
I miei sandali affondavano nella sabbia rovente mentre scendevo, e le cicale frinivano in un coro assordante.
Quando finalmente la vidi, trattenni il fiato.
Un arco di sabbia dorata, protetto da due speroni di roccia calcarea che si gettavano nel mare turchese.
L'acqua era così trasparente che potevo contare i ciottoli sul fondo.
Non c'era anima viva, solo il sole, alto, che picchiava implacabile mi faceva compagnia, assieme al profumo intenso della salsedine mescolata alla macchia mediterranea.
Stesi il telo su una zona piatta, vicino a una roccia che proiettava una sottile ombra.
Mi sfilai il pareo, restando solo con il bikini azzurro, e mi sdraiai.
Il sole mi scaldò la pelle in un abbraccio avvolgente.
Sicura di essere sola sganciai il sopra, lasciando che i miei seni fossero liberi, pieni e sodi nonostante i miei cinquant'anni, e chiusi gli occhi. Il calore sulla pelle nuda, il rumore delle onde, la sensazione di libertà... era il mio paradiso personale.
Poi improvvisamente sentii il rumore di passi sulla sabbia.
Aprii un occhio.
Era lui il collega che stamattina mi aveva salutato.
Camminava con un asciugamano bianco a tracolla, i piedi nudi nella sabbia, i pantaloncini chiari che lasciavano intravedere le cosce muscolose.
Il suo sguardo, appena mi notò, si fece intenso.
Lo vidi guardare il mio seno nudo, e poi il suo sguardo si spostò più in basso, sul mio ventre, sulle mie cosce.
Notai immediatamente che il suo pacco, nei pantaloncini, iniziava a gonfiarsi.
Era evidente, quasi imbarazzante, ma io non distolsi lo sguardo, anzi, mi sentii eccitata da quella reazione.
Il mio corpo, a cinquant'anni, era ancora snello e tonico, e sapevo di essere desiderabile.
"Che posto meraviglioso," disse, fermandosi a pochi passi da me.
"Non pensavo di trovare qualcuno qui, mi avevano assicurato che fosse un posto molto isolato"
"Neanche io," risposi, la voce calma, ma il cuore che batteva forte.
Si sdraiò a pochi metri da me, sul suo asciugamano, ma i suoi occhi continuavano a tornare sul mio corpo.
Dopo qualche minuto, si alzò e si avvicinò, con una scusa da collega.
"Scusa, sei la dottoressa della conferenza, vero? Quella che ha parlato di metabolismo basale?"
"Sì," sorrisi. "E tu sei il collega che ha fatto la domanda sulla chetogenica."
Rise. "Mi hai scoperto."
Iniziammo a parlare.
La sua voce era calda, vellutata, con un accento del sud che mi accarezzava le orecchie.
Ogni tanto, mentre parlava, si sporgeva verso di me, e il suo sguardo cadeva inevitabilmente sul mio seno nudo.
I miei capezzoli, già duri per il sole, si irrigidirono ancora di più sotto il suo sguardo.
Non feci nulla per coprirmi, anzi, mi sollevai leggermente sui gomiti, offrendogli una visione ancora più piena.
"Stai benissimo," disse, con un sorriso che mi fece sciogliere.
"Non sembri una donna di... beh, non importa."
"Di cinquant'anni," completai io. "Puoi dirlo."
"Non li dimostri affatto. Hai un corpo che farebbe invidia ad una ventenne."
Il suo complimento mi scaldò più del sole.
Parlammo ancora per un po', di lavoro, di viaggi, di vita.
Le sue avance erano leggere, sottili, ma io le gradivo.
Mi sentivo viva, desiderata.
A cinquant'anni, con un marito che ormai mi guardava con abitudine, quel ragazzo mi stava facendo sentire di nuovo una donna.
"Stasera c'è una cena informale al ristorante dell'hotel," disse, passandosi una mano tra i capelli. "Vuoi cenare con me?" disse improvvisamente
Non ci pensai su, accettai senza esitare dando retta al mio istinto.
La cena fu un rituale lento e sensuale.
Il ristorante dell'hotel aveva una terrazza che dava sul mare, con tavoli coperti da candele che tremolavano nella brezza serale.
Lui ordinò una bottiglia di Greco di Tufo, un bianco fresco e profumato, e mi versò il vino con gesti misurati.
I suoi occhi non si staccavano dai miei, e ogni volta che sorrideva, sentivo un calore salire dal basso ventre.
Parlammo di tutto, di nulla, ridemmo, ridemmo tanto, erano anni che non ridevo in quel modo, che non mi sentivo così felice e spensierata.
Il vino scorreva, ed io sentivo il calore salire, non solo per l'alcol, ma per la sua presenza.
Mi fece bere più di quanto avessi previsto, ed i miei freni inibitori iniziarono a cedere come neve al sole.
Sotto il tavolo, il suo piede sfiorò il mio polpaccio.
Lo lasciai fare.
Poi con la scusa di raccogliere una forchetta caduta a terra, lui si chinò sotto al tavolo; la sua mano scivolò sulla mia coscia, sotto il bordo del vestito.
Un tocco leggero, ma che mi fece trattenere il respiro.
Le sue dita tracciavano cerchi lenti sulla mia pelle, salendo sempre più su.
Si rialzò guardandomi fisso negli occhi con un sorriso beffardo
"Vuoi un altro bicchiere?" chiese, la voce un filo più bassa, roca.
"Magari in camera tua," risposi io senza pensarci seguendo il mio istinto.
Il suo sorriso si allargò, e i suoi occhi brillarono di una luce che conoscevo bene.
Fece mettere la cena sul suo conto e, senza fretta, mi prese per mano e mi guidò attraverso la hall, fino all'ascensore.
Dentro, mentre le porte si chiudevano, mi spinse contro la parete ed improvvisamente mi baciò.
Un bacio profondo, affamato, con la lingua che esplorava la mia bocca.
Risposi a quel bacio con trasporto, le nostre lingue danzarono nella mia bocca, aveva un sapore buonissimo.
Sentii la sua erezione premere contro il mio ventre, dura e calda, e un gemito mi sfuggì.
La sua camera era al quinto piano, una stanza elegante con una vista mozzafiato sul mare.
La luce era soffusa, le tende semichiuse.
Mi versò un altro calice di vino, ma lo posai subito.
Mi prese la mano e me la baciò, poi mi attirò a sé.
"Sei la donna più bella che abbia mai visto," sussurrò, con gli occhi che mi divoravano.
Mi baciò di nuovo, mentre le sue mani scivolavano sulla mia schiena.
Trovò la cerniera del vestito e la abbassò, lentamente, centimetro per centimetro.
Io desiderosa di lui lo lasciai fare, ansiosa di quello che sarebbe successo
Sentii il tessuto scivolare via dalle spalle, cadere a terra.
Ero in reggiseno e mutandine di pizzo nero, e lui fece un passo indietro per ammirarmi.
"Perfetta," mormorò. "Sei perfetta."
Le sue mani tornarono su di me.
Sganciò il reggiseno con un gesto fluido, e i miei seni si liberarono, pieni e sodi, con i capezzoli già duri.
Si chinò, prese un capezzolo in bocca e lo succhiò, mentre la sua mano massaggiava l'altro seno. Sentii il piacere scendere come una scossa elettrica fino al basso ventre, e un gemito mi sfuggì.
"Così... sì..." ansimai.
Poi si inginocchiò.
Le sue mani scivolarono lungo i miei fianchi, fino alle mutandine.
Prese i lembi e le abbassò lentamente, con una calma che mi fece impazzire.
Il pizzo scivolò lungo le mie cosce arrivandomi alle caviglie, ed io le tolsi del tutto, restando completamente nuda davanti a lui.
Mi guardò. Il suo sguardo era famelico, adorante.
"Perfetta," mormorò ancora una volta "Sei perfetta."
Mi prese per mano e mi guidò al letto.
Mi sdraiai, e lui si sistemò tra le mie gambe.
Le aprì, e sentii il suo respiro caldo sulla mia pelle, poi la sua lingua.
Una prima, lungo leccata, dal perineo fino al clitoride.
Un gesto lento, deliberato, che mi fece inarcare la schiena.
Poi ripeté, ancora e ancora, mentre le sue mani mi tenevano aperta, esposta.
La sua lingua trovò il mio clitoride e iniziò a muoversi in cerchi precisi, alternando velocità.
Ogni tanto si fermava, scendeva, leccava l'interno delle mie cosce, poi tornava su, facendomi impazzire.
"Ti prego... non fermarti..." ansimai, affondando le dita nei suoi capelli corvini.
Lui sorrise contro la mia pelle e continuò.
La sua lingua era magica, sapeva esattamente dove toccare, come toccare.
Sentii il piacere montare, crescere, fino a diventare insopportabile.
Il mio corpo iniziò a tremare, le gambe a chiudersi, ma lui le teneva aperte con fermezza.
"Vieni" mormorò “lasciati andare, vieni” e la sua voce sensuale fu l'ultima goccia.
L'orgasmo mi travolse come un'onda.
Il mio corpo si inarcò, un urlo soffocato mi sfuggì mentre le contrazioni mi scuotevano.
Lui continuò a leccarmi, senza fermarsi, prolungando il piacere fino a farmi vedere le stelle. Quando finalmente mi lasciai andare, ero senza fiato, il corpo madido di sudore, le gambe tremanti.
Lo tirai su.
"Ora tocca a me," sussurrai con voce roca.
Lo spinsi sul letto, gli tolsi la camicia.
Il suo petto era scolpito, la tartaruga perfetta, la pelle liscia e abbronzata.
Lo accarezzai, sentendo i muscoli contrarsi sotto le mie dita.
Sbottonai i pantaloni, li abbassai in un solo gesto, insieme ai boxer.
Il suo membro si liberò, duro, pulsante, con il glande lucido di pre-eiaculazione.
Lo presi in mano, sentendone il calore, la durezza, la lunghezza.
Mi chinai.
Lo presi in bocca, e lo sentii sussultare.
Iniziai con movimenti lenti, avvolgendo la lingua attorno al glande, poi lo presi più in profondità. Le mie mani gli accarezzavano i testicoli, mentre la mia bocca lavorava su di lui.
Lui gemette, affondando le dita nei miei capelli.
"Cazzo... che bocca fantastica..." mormorò.
Continuai, prendendolo sempre più in profondità, fino a sentirlo toccare il fondo della mia gola.
Il suo respiro divenne irregolare, i suoi gemiti più intensi.
Lo sentii pulsare sulla mia lingua, e capii che era vicino.
"Ferma... non voglio venire ancora," disse, tirandomi su per i capelli.
Mi guardò, gli occhi neri brillanti di desiderio.
Mi spinse sul letto, mi sollevò le gambe sulle sue spalle e posizionò la sua cappella sul mio frutto proibito.
Sentii il suo membro premere contro di me, bagnata e pronta.
Entrò lentamente, con un unico, fluido movimento, fino in fondo.
Rimase fermo per un momento, lasciandomi sentire ogni centimetro di lui dentro di me.
"Sei così stretta... così calda..." ansimò.
Iniziò a muoversi, dapprima lento e profondo, facendomi sentire ogni spinta.
Poi accelerò, il ritmo divenne più rapido, più intenso.
Il suo petto contro il mio, i suoi occhi nei miei.
Le sue spinte erano potenti, precise, colpendo esattamente il punto giusto.
"Così... sì..." gemetti, le unghie che gli graffiavano la schiena.
Lui accelerò ancora.
Il letto cigolava sotto i nostri corpi, i nostri gemiti si mescolavano al rumore del mare fuori dalla finestra.
Sentii il piacere montare di nuovo, intenso, quasi doloroso.
"Vieni con me," sussurrai in preda al piacere.
Lui annuì, e le sue spinte divennero frenetiche.
Lo sentii irrigidirsi, un gemito profondo, e poi lo sentii venire dentro di me.
Caldo, potente, mentre il mio corpo si contraeva attorno a lui in un orgasmo che mi fece perdere la vista.
Rimanemmo così, intrecciati, per un lungo momento.
Il suo respiro caldo sul mio collo, il suo corpo che tremava leggermente.
Poi lui si ritirò, e vidi il suo membro ancora duro, umido.
Mi guardai, e vidi il suo sperma che colava dalle mie cosce.
"Non hai usato il preservativo e mi sei venuto dentro!" lo rimproverai, la voce ancora rotta dal piacere, ma con un tono di rabbia.
Lui sbiancò. "Scusa... mi sono lasciato trasportare..."
"Non è una scusa," lo redarguii, sedendomi sul letto.
"Sei un medico, dovresti saperlo meglio degli altri. È una cosa seria."
Si sdraiò accanto a me, cercando di prendermi la mano.
"Hai ragione, mi dispiace, è che... mi hai fatto perdere la testa. Non riuscivo a pensare."
Lo guardai.
La rabbia stava già svanendo, sostituita da una strana tenerezza.
Il suo corpo caldo contro il mio, il suo profumo, il suo respiro...
Mi sdraiai accanto a lui, e lui mi abbracciò teneramente.
"Non deve succedere di nuovo," dissi, ma la mia voce era meno dura di quanto volessi, sicura che sarei stata nuovamente sua.
"Promesso," sussurrò, baciandomi la fronte.
Ci addormentammo così, intrecciati, mentre la luna illuminava il mare attraverso le tende semichiuse.
Ci rivedemmo ad altre conferenze, in altre città. A Bologna, a Firenze, a Palermo.
Ogni volta, un'occhiata, un sorriso, una promessa.
Ogni volta, il mio cuore batteva più forte, e la mia mente tornava a quella notte a Paestum.
Ma quella notte, con il sole che tramontava sul mare e la sua lingua che mi faceva gridare il suo nome, rimase per sempre impressa nella mia memoria.
E chissà, forse un giorno, ci sarà un seguito.
Magari in un'altra città, in un'altra stanza d'albergo, con lo stesso desiderio negli occhi.
Ma quella, come si dice, è un'altra storia.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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